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e se lo stesso sindaco.... quel cane....
S%p..., gli disse il donzello Sgricci Brano,
forse sale le scale.

— Ma che scale o non scale, io gli dirò...
In quel momento il sindaco fascista,
come una bpmba entrò.

— Cos' è, disse squadrando l'impiegato,
questo osceno bordello.

Già, voi siete imbecille e comunista....

— Ma.... Zitto. Ma.... Se parli sei spacciato.
E il sindaco rotava il manganello.

Poi, fortunatamente, se n'andò.
Dopo dieci minuti ch'era andato,
quell'audace impiegato
riprese a stento il fiato.

— Io non ho barbazzale per nessuno,
ribalbettava, inconscio, come in sogno.

— Ed io, soggiunse ironico il donzello,
pensando al sindacale manganello,

a dir che tremo ancor non mi vergogno.

BARBEY D'AUREVILLY (JULES) (1808-1889)

Normanno di nascita, parigino d'elezione, nobile, eccentrico, artista, critico, pensatore, polemista, prismatico, terribile, vertiginoso, a volte abbacinante e infocato come una girandola, si battè tutta la vita per la nobiltà contro la volgarità, per la verità contro l'errore, per la bellezza contro la deformità.

In politica fu reazionario, in religione cattolico. Scrisse più di cinquanta volumi, che formano un monumento grandioso fra le catapecchie spirituali del nostro tempo.

Il suo temperamento aristocratico e sdegnoso lo fece sempre andare contro corrente; perciò non conquistò mai, come altri scrittori del suo tempo, quella popolarità che, del resto, odiava.

Da vivo fu amato e stimato soltanto da pochi; lo frequentarono Coppée, Bourget, Richepin, Huysmans, Péladan, Hello, Bloy, Rachilde e qualche altro. Ma gli occhi cisposi del « gran pubblico » parigino, idolatra d' Hugo

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e di Béranger, non riuscirono a vedere in lui che una macchietta ridicola.

Quando mori fu accompagnato al cimitero di Moatparnasse da un piccolo gruppo d'amici.

Anch'oggi i fabbricanti di storie letterarie lo citano in nota o lo saltano.

Eppure, come critico è più fiammeggiante di SainteBeuve e come romanziere ha il diritto d'esser rimesso in prima linea.

Gli nocquero, in una età bassamente borghese e democratica, le idee tradizionaliste che difese e impose, in ogni occasione, con uno stile personalissimo e con estrema violenza.

Léon Bloy, dal quale fu amato e ammirato per tutta la vita, può considerarsi, sotto un certo aspetto, il suo continuatore e superatore.

Ma oggi che (per merito.— bisogna pur dirlo — dei due Salvatici) si parla tanto, in Italia, dell'autore della Femme pauvre, sarebbe l'ora d'occuparsi (ci sembra) anche dal grande dimenticato D'Aurevilly; tanto più che questo elegante e terribile saettatore, combattè, fino all'ultimo, in difesa della Chiesa e del principio d'autorità, verso i quali (sebbene un po' brancolando) sembra voler far ritorno la generazione attuale.

BARBIERA RAFFAELLO (1851)

Nestore dei raccoglitori italiani di «petits bouts de papier ». Infervorato nel culto dei documenti inediti (e soprattutto editi) li rimaneggia e rimpasta e rincolla e riscalda e ricuoce e ricuce e riscodella in tanti libri diversi che poi sono un libro solo. Particolare predilezione ha per le donne, anzi dame, che seppero unire, nel loro cuore ben riscaldato, l'amore dell' Italia coll'amore, meno metaforico, per alcuni particolari italiani o stranieri.

BARBIER AUGUSTO (1805-1882)

Poeta mediocre e poco fecondo, fece « molto rumore per nulla », verso il 1830, soprattutto con La Curée e L'Idoli: due liriche d'ispirazione stomachevolmente umanitaria e demagogica, sebbene non prive d'immagini rutilanti.

Il nostro sotto-archiloco Maremmano, nel tempo che victorugava con maggior veemenza contro inesistenti tiranni, cacocantò come segue:

E tra 'l fuoco e tra '/ fumo e le faville
E '/ grandinar de la rovente scaglia,
Ti gettasti feroce in mezzo ai mille,

Santa canaglia.

L'adonio, così ben collocato, è di Barbier.

Ma fu per merito (bisogna riconoscerlo) del fu liutista della Regina Margherita, se quella fetida cicca francese venne rimasticata appetitosamente da tutte le bocche rummose del sovversivismo italiano.

BARBIERE

Uomo sorridente, morbido, lindo, loquace, capelluto, pieno d'attenzioni, puzzolente di cosmetici.

In politica e nel resto è sempre dell'opinione del cliente che ha sotto.

Se il signore dice che vuol piovere egli s'affretta a soggiungere che, infatti, glie l' ha detto il suo callo. Se il signore dice che fa caldo, egli corre immediatamente ad aprire il ventilatore.

Quando insapona è solenne, quando affila il rasoio è grandioso, quando lo impugna per radere ha un gesto largo e sicuro.

Con quell'arma micidialissima fra le mani, che par fatta apposta per tagliarti la carotide, ti porta, in pochi minuti, a pulimento le guance e non ti fa che un po' di solletico sotto la gola.

Uomo ammirabile! Nonostante il truce parrucchiere del carducciano Qa-ira, tranne qualche lievissima sgraffiatura, non ho mai sentito dire che abbia scannato il suo prossimo.

BARBIERE DI SIVIGLIA

La commedia di Beaumarchais, con tutta la Sua allegria, fu il primo rintocco della rivoluzione francese: il nobile perse l'ultimo privilegio: il rispetto. Cercarono di proibire il Matrimonio di Figaro, sèguito del Barbiere, ma i primi a batter le mani furono, si capisce, i nobili stessi. E così avvenne che il rasoio di Figaro diventò, dopo pochi anni, la ghigliottina di Robespierre.

BARBUSSE ENRICO (1874)

Degno continuatore del fetido Zola — come romanziere verista e come umanitario pacifista. Non vi lasciate intimorire da' titoli danteschi: VEnfer è la storia di uno che dal buco d'una camera mobiliata assiste alle sudicie miserie de' successivi occupanti della camera accanto; nel Feu c' è assai più mota e ciarla che fuoco — e la sua rivista Clarté — organo degli intellettuali bolscevizzanti — contribuisce quanto può, col fumo de' suoi lucignoli, ad accrescere il presente tenebrore europeo.

BARCA

Una, mentre tutte l'altre si sfasciano o affondano, galleggia da venti secoli e galleggerà fino alla fine del mondo.

Il mare è l'umanità che rinnova continuamente i suoi flutti; ma essa, faccia tempesta o bonaccia, tutti li sorpassa, sicura; e, sempre, lo stesso Pescatore che vi sta sopra, getta e ritira le reti.

Questo sopravvivere ad ogni morte, questo uscir salva da ogni procella, esaspera talmente i naufraghi che molti preferiscono d'annegare piuttosto che aggrapparsi alle sue sponde.

Tuttavia, essa, l'insommergibile, è sempre a portata di mano. Quelli che ci saltan dentro non la fanno più pesa nè più lenta.

Le anime non pesano; e il suo legno, bagnato dal sangue di Cristo, non imputridisce nè intarla.

Invece coloro che vorrebbero affondarla affondano.

E quando gli ultimi viventi la vedranno finalmente sparire, tutto sparirà con essa.

Tranne il Giudice Eterno, al cui sguardo tremendo nessuno si sottrarrà.

BARDO

Ci sono parecchie qualità di bardi: per restare in famiglia ricordiamo il Bardo della Selva Nera del Berchet; « il bardo della democrazia » che fu un certo Cavallotti Felice, e infine il « bardo della quarta Italia » che, nato sul mare, signoreggiò Fiume e ora abita presso a un lago. Si chiama « bardo r, per intendersi, un poeta talmente occupato a servire i contemporanei che i posteri non hanno nessuna ragione di ricordarsi di lui.

BARETTI GIUSEPPE (1716-1789)

Questo miope piemontese scrisse in toscano, in francese e in inglese ed è celebre soprattutto per aver difeso Shakespeare contro Voltaire (perchè nel secolo dei lumi era necessario difendere l'aquila contro la cutrettola) e per aver brandito sull'arcade Italia la sua Frusta. Ottima l'intenzione ma il B., per quanto facesse, era un critico e spesso la sua frusta si alzò sopra scrittori che il tempo ha salvato e risparmiò altri che nessuno rammenta. Ma tutto sommato fece del bene — basterebbe il fatto di aver rivelato, si può dire, il Cellini scrittore — e questo allobrogo del settecento merita la gratitudine di tutti i frustatori che gli son succeduti: ogni metà di secolo ce ne vorrebbe un paio, e non basterebbero.

BARGELLO

Era il capitano dei birri. Persona già rispettabilissima, utile, provvidenziale, fu travolta anch'essa, come tutte le cose savie, dalla follìa del secolo XIX.

Il suo nobile ufficio consisteva sopratutto nel fare acciuffare quei funesti imbecilli dei nostri bisnonni (celebrati dall'avvocato di Pescia, loro degno poeta) nelle cui zucche vuote ronzava la pecchia ubriaca della libertà.

Povero onesto Bargello! Coadiuvato dai suoi fedeli

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