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è il fine della vita — che la Sottrazione è lecita e raccomandabile quand' è esercitata sugli altri — che la Moltiplicazione delle merci (colla sofisticazione, l'annacquatura ecc.) è l'anima del commercio — e che la Divisione degli utili è una dura necessità per i soci di un'azienda.

Ultimamente un dotto matematico ebreo, Beppo Levi, ha stampato un Abbaco nuovo di zecca, nel quale s'impara finalmente il vero metodo logico e scientifico per insegnare la numerazione ai bambini. Eccone un saggio: Dopo l' i viene il 2; dopo il 2 viene il 3; dopo il 3 viene il 4; dopo il 4 viene il 5; dopo il 5 viene il 6; dopo il 6 viene il 7; dopo il 7 viene l' 8; dopo l' 8 viene il 9; dopo il 9 viene il 10 ecc. (1). E dopo Beppo Levi, naturalmente, viene Einstein.

ABBAIARE

— Mi sembrate — dice il lettore serioso e navigato .—. due cani che abbaiano alla luna.

— Nulla di male, illustrissimo. Che la ricottosa luna seguiti pure la sua strada senza dar retta all'abbaiare non prova che i cani abbiano torto se latrano. E se i cani — anche quando son cani del Signore — preferiscono all'equivoco satellite lo splendore del sole di mezzogiorno vorrà Ella biasimarli?

ABBASSO

Una delle tre parole (le altre due sono: Evviva e Morte) che formano tutto il vocabolario della folla.

Un giorno la folla universitaria di Bologna (non dissimile dalle altre folle) gridò abbasso contro il poeta prof. Carducci perchè aveva fatto un complimento in rima alla regina Margherita.

E il terribile « Maestro », dalla cattedra, tuonò, rivolto ai propri discepoli:

« Gridate piuttosto morte; la natura mi ha posto in alto ».

(1) Beppo Levi, Abbaco da 1 a 20. Il primo libro d'aritme tica. Parma, presso l'autore, 1922.

Quando non ero salvatico apprezzavo molto questa civile fierezza del fu poeta di Satana.

Ma oggi ripenso che venti secoli prima, un altro Maestro, anch'esso posto in alto (sebbene sopra una cattedra un po' più incomoda di quella che serviva di posatoio alle chiappe professorali dell' illustre Enotrio) dinanzi a una folla insatanita che gli gridava abbasso, (ed egli, confitto sulla croce, con tre chiodi, non poteva accontentarla) non disse nulla; soltanto alzò gli occhi al cielo ed invocò su quella povera marmaglia inconsapevole il perdono.

Atto, certo, poco dignitoso; ma bisogna compatire; si trattava semplicemente d'un Dio, e non d'un professore di Belle Lettere!

ABBATTERE

Che cosa? Tutto.
Perchè? Perchè sì.

Ecco la risposta della pazzia furiosa che, da più d'un secolo, imperversa nel mondo.

Abbattute la religione, la gerarchia, la tradizione, l'autorità, la legge, tutto ciò insomma che lega la bestia ch' è in noi, si sono scatenati gl' istinti e l'uomo all'uomo è diventato lupo.

Questo è il punto d'arrivo.

Il punto di partenza, che risale a molti secoli addietro, fu una negazione parziale: si negò qualche cosa perchè non parve dignitoso accettare ogni cosa.

Ma avvenne delle verità eterne come dello sfilarsi d'un vezzo: dopo il primo chicco, tutti gli altri caddero per terra e si dispersero, e nessuno si curò di ricercarli.

Oggi, che non si può più vivere fra le rovine, par che si senta il bisogno di riedificare come una volta.

Ma non si conosce più l'arte e non si possiedono gli arnesi.

E allora un solo scampo è possibile: Volgersi, per aver lume, a « quella Roma onde Cristo è Romano » perchè, fuor che lì, tutto è buio.

ABBELLIRSI

È il verbo che piace, soprattutto, alle donne.

Esse si abbelliscono tanto bene, a forza di pomate, di smalti, di rossetti e di bistri d'ogni genere, che riescono perfettamente a diventare' stomachevoli. La bellezza per esse è la moda; e la moda sembra loro tanto più bella, quanto più è grottesca e s'avvicina ai costumi delle prostitute.

Quanto poi alla bellezza dell'anima, le nostre « seducenti signore » (da perfette scrofe sciupate dalla toilette) non se ne intendono; e non capiscono affatto, anche quelle che si dicono cattoliche, come una donna giovine e bella si possa abbellire in eterno, facendosi, per esempio, cappuccina o clarissa.

ABBICCI

Ci sono diversi abbiccì: l'abbiccì del commercio è l'adulterazione delle merci e dei bilanci; l'abbiccì della politica è la rettorica e l'imbroglio; l'abbiccì della scienza è l'ateismo; l'abbiccì dell'arte è il plagio e l'abbiccì del cristianesimo consiste nel persuadersi che non siamo nulla e che bisogna amare Dio e gli uomini fino all'odio di sè stessi — inclusive.

ABBIENTE

C è l'abbiente e il non abbiente.

Ma il vero, autentico, assoluto non abbiente, e il più pericoloso di tutti, è il Poeta, il Santo, l'Artista, l'Omo Salvatico; esso non possiede che i suoi sogni, le sue estasi, le sue immagini, la sua insociabilità; cioè non possiede nulla di ciò che veramente è, di ciò che vien custodito nelle banche, di ciò insomma senza di cui non si può essere, secondo gli abbienti, buoni cittadini.

Eppure questo non abbiente (cosa incredibile per gli abbienti) è il più gran proprietario del mondo perchè, non avendo che la propria immaginazione, si fabbrica con essa una miriade di paradisi e in essi vive beato, almeno in tutti quei momenti che può sfuggire, toccato dall'arte o dalla grazia, al paradiso dei porci.

ABBO (EX ONOREVOLE)

Ortolano o qualche cosa di simile e piccolo proprietario comunista. Andava dicendo d'esser contadino, per far più colpo.

Fu il primo onorevole che si presentò alla Camera senza camicia (non portava infatti che una maglia nera e un berretto da apàche) per esser forse (in armonia col proprio partito) un perfetto scamiciato.

Certamente non era, malgrado la posa a terribile, che un imbecille innocuo; ma contribuì coi suoi compagni pseudo-ruggenti a fare empire tutte le mutande dei borghesi di quella certa materia che un classico italiano definisce « l'amorosa madre dei cavoli ».

Godè anch'egli un attimo di celebrità e vide perfin riprodotte le sue angeliche sembianze sulla bella carta lucida e patinata dell' Illustrazione Italiana dove appariscono, ordinariamente, uomini altolocati e bei signori con lo sparato bianco. Poi dall'alto della Montagna di Montecitorio, si ritrovò di nuovo fra i cetrioli, le barbabietole e i cesti d'insalata.

Destino comune e lezione che dovrebbe esser giovevole, a molti poveri diavoli che, sollevati dal vento dei rivolgimenti politici, s'illudono di volare verso un sole più o meno dell'avvenire, e all' improvviso ricadono nel presente della loro nullità e vi muoiono moralmente, prima della loro morte naturale, di cui nessuno s'accorge.

ABBONATO

— Negli abbonamenti sta la forza del giornale, diceva l'amministratore del Corriere di Lonza.

— La forza del giornale sta nella polemica, rispose il redattore capo.

— Ma l'abbonato, replicò l'altro, non ama le violenze e si disgusta delle battaglie a base d'inchiostro.

— Niente affatto, disse il vivace polemista, l'abbonato è vigliacco e gli piace, stando a sedere in disparte, di vedere azzuffarsi due avversari colla penna che sa le tempeste.

.— Ma non si ricorda, interrompe l'amministratore, che quando si fece la polemica per mandar via le monache dall'ospedale si persero quattordici abbonati?

.— Ma quelli, rispose trionfante l'eroe del calamaio, non eran degni d'essere abbonati del nostro giornale: e meriterebbero, questi pilastri del clericalismo, che Lonza li cacciasse dal suo seno.

ABBONDARE

Abbondare di bontà, d'intelligenza, di carità, di compassione, d'amore del prossimo non è abbondare, ma difettare; perchè tutte queste qualità non hanno un valore positivo, reale, palpabile, cioè non apportano nessun materiale vantaggio a chi le possiede; anzi possono considerarsi addirittura come passività.

Melius est abundare quam deficere, dice il comm. Quattrostomachi al proprio cuoco quando questi, ogni mattina, gli presenta la lista del pranzo;

Melius est abundare quam deficere, dice, a se stesso, il sig. Fosco Raspanti nell'aumentare gl' interessi a coloro cui presta per eccesso di buon cuore il suo sudato danaro;

Melius est abundare quam deficere, dice l'illustre Barbiera cav. comm. Raffaello, scorazzando letterariamente, coi suoi polipolluzionanti volumi per la fitta selva delle illustrazioni italiane del secolo XIX; e via di seguito.

ABBONDIO (DON)

— Ho riletto parecchie volte i Promessi Sposi — confidava una volta ad alcuni intimi suoi il prof. Mediani — e non ho ancora potuto capire perchè tanti trovano ridicolo e perfino spregevole il povero Don Abbondio. Dicono ch' è un pauroso: ma costoro, come sempre quando si tratta di parole e non di fatti, scambiano per paura la prudenza. Don Abbondio era un prudentissimo uomo e chiunque di noi avrebbe agito come lui se si fosse trovato nelle medesime circostanze. Perchè lui, pastore di tutto un popolo, avrebbe dovuto pigliarsi le schioppettate dei bravi per due colombi che avrebbero potuto benissimo

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