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tamente l'opinione o l'idea di chi desidera od esige il nostro consenso.

Basta tacere; perchè ormai è risaputo che chi tace acconsente. Ed è il miglior modo d'acconsentire, considerando che, sebbene le parole volino, in bocca chiusa non c'entran mosche.

Figuriamoci poi a scrivere! « Scripta (dice un altro rispettabile adagio) manent ».

Dunque, come regola, nè parole nè scritti.

E se il tuo silenzio viene interpretato come accetta-, zione, lascia fare; documenti non ce n' è. E quando ti si accusasse, più tardi, d'avere acconsentito, tu potrai sempre dire: « Acconsentito io ? Niente affatto. Il mio, non fu, in quel caso, che uno sdegnoso silenzio ».

E con ciò si dimostra che a tacere s'acconsente e non s'acconsente; ovvero, come dice un altro non mai abbastanza raccomandabile proverbio, si « salva la capra e i cavoli », il che costituisce per l'uomo « ben pensante » (cioè a dire per il vero uomo) il culmine della saggezza.

ACCORAMBONI VITTORIA

Un bel soggetto per D'Annunzio — o per Giovacchino Forzano.

Vittoria fu costretta dalla madre Tarquinia a sposare Francesco Peretti, ma nel 1583 la suocera fece ammazzare il genero e Tarquinia dette alla figliola un nuovo sposo, Paolo Giordano Orsini, il quale aveva fatto ammazzare la prima moglie, Isabella. Ma anche l'Orsini dovette fuggire da Roma; fu ucciso a Salò; Vittoria, per la seconda volta vedova, si ritirò a Padova dove fu assassinata, insieme al fratello Flaminio, da Lodovico Orsini il quale però fu preso e strozzato.

Ma sei morti basteranno?

ACCOZZAGLIA

Prendete un branco d'uomini, di qualunque specie siano, scelti a caso.

Se applaudiscono un discorso o un' accademia sono « il rispettabile pubblico »; se fanno delle mediocri o cattive leggi si chiamano « Parlamento Nazionale »; se assaltano un palazzo o un regime sono « la plebe scamiciata »; se fischiano le tragedie di un poeta sono la « gran bestia »; se vanno a batter le mani sotto le finestre di un re o di un ministro sono la « nobile moltitudine plaudente » — e son sempre gli stessi uomini colla stessa faccia e la stessa anima.

L'Omo Salvatico, per risparmiar tempo, li chiama sempre, qualunque cosa dicano o facciano, « accozzaglia ».

ACCUMULATORE

È . il ciborio della grandiosa religione industriale dei nostri tempi. In esso e da esso s'imprigiona e si disprigiona la nuova onnipotente energia, che ha sostituito giustamente la Divina Eucaristia.

Senza l'accumulatore non si potrebbe accumulare nè oro, nè strepito, nè puzzo, nè fumo, nè brutalità, nè avidità, nè pazzia.

E senza questi elementi indispensabili alla vita moderna, l'uomo attuale non sarebbe più sotto-bestia, ma ritornerebbe uomo.

Quod diabolus avertat!

ACEFALO

Indispensabile requisito per potere esercitare a perfezione il basso mestiere di re democratico.

Ma se questi pochi e poco augusti signori, imbastarditi e rimbecilliti dalle rivoluzioni, non fossero proprio senza testa, ne farebbero tagliare all'occasione qualche diecina perchè si vedesse, da per tutto, sulla loro, il sacro splendore della corona.

Si dice che il mondo moderno,"uscendo dai vicoli sporchi dell'anarchia, ricomincia a calcare la vial dell'Autorità.

È vero? Vedremo (e forse presto), dai nuovi rapporti fra Pietro e Cesare, se l'autorità di cui si parla è legittima.

ACERBO

Variante d'una parola barbogia: quando il grappolo degli elogi è inattingibile l'autore se la piglia col critico troppo acerbo. Per fortuna i critici maturi (marca universita) e i critici marci (marca mantice) son talmente fitti che di critici acerbi non son rimasti, in Italia, che i due, salvando, Salvatici.

ACHEI

Gli Achei dai belli schinieri dovevano essere gente molto manesca e disoccupata se ammazzarono e si fecero ammazzare dieci anni di fila per restituire a un marito poco spartano un'adultera invecchiata.

ACHERONTE

Il cav. Deifobo Luciferini, sfogliandp l'enciclopedia popolare illustrata di Palmiro Premoli, ch'è la miniera inesauribile della sua cultura trangugiata in casa e deiettata fuori, imbattutosi nella parola Acheronte legge quanto segue:

« Figlio del Sole e della Terra, fu cambiato in fiume e precipitato nell' inferno, per aver somministrato l'acqua ai Titani, quando dichiararono la guerra a Giove ».

Il cav. Deifòbo, (la fronte appoggiata, mazzinianamente, sulla palma) dopo aver letto una seconda volta, per esser ben sicuro d'aver capito, così ragiona:

« Evidentemente si tratta d'una favola; ma insomma (bestemmia oscena tra due virgole) anche nel paganesimo, come nell'aborrita religione cattolica, si credeva, a quanto pare, in un Dio crudele e tirannico che per conservare il potere, puniva le più sante ribellioni (come questa dei Giganti i quali debbono aver rappresentato, senza dubbio, qualche cosa di simile ai nostri moderni giganti del Libero Pensiero) e sfogava perfino la sua rabbia contro il cittadino Acheronte, di nient'altro colpevole che d'aver compiuto un'opera altamente umanitaria.

Ma chi avrà messo in testa all'uomo (altra bestemmia) quest' idea ridicola (e fosse soltanto ridicola !) di Dio? Forse la paura? Eh sl, non c' è dubbio, dev'essere stata proprio la paura: gli uomini d'una volta, essendo assolutamente ignoranti, dovevano essere, per conseguenza, immensamente paurosi. Quindi (mi par di vederli !) ad ogni stormir di fronda pelle d'oca. Figuriamoci, dunque, quando sarà scoppiato il fulmine o avranno sentito battere il terremoto!

Tuttavia questi terrori infantili, da cui si sviluppò la lebbra religiosa, si riferiscono a tempi che si perdono nella nebbia dei medesimi; e, perciò, transeat!

Ma oggi! Come si spiega, oggi, (epiteto osceno alla Vergine), il fatto che ci sono ancora dei bigotti che parlano di « timor di Dio »?

Eppure bisogna farla finita con questo sconcio. E per farla finita davvero non c' è che il mezzo suggerito da quel grande di cui non ricordo più il nome: « Strozzare l'ultimo Papa.... ».,

In quel momento, un rimbombo, un' boato; e mentre nel pensatoio del cav. Deifobo tutto trema e traballa e qualche oggetto cade, il misero cavaliere, con gli occhi fuori dell'orbita, aggrappato al proprio tavolino follemente danzante, balbetta fuori di sè dal terrore: « Gesù mio! Gesù mi.... » e non finisce la parola, perchè invece d'esser lui a strozzare il Papa, una scossa di terremoto, più energica, gli strozza la sillaba in gola.

ACHILLE

« Ogni uomo — dice il professor Mediani — ha il suo tallone d'Achille ». Con queste parole l'onorando titolare della cattedra di Luoghi Comuni dimostra una conoscenza egualmente profonda della saga ellenica e della natura umana.

L'Omo Salvatico presenta qui un primo elenco di questi diversi talloni: Tallone dell'avaro: il portafoglio. Della moglie: la fedeltà. Dello scrittore: la sintassi. Dell'ateo: il numero 13 e il sale versato. Del cattolico benpensante: la carità. Del deputato: la competenza. Del nazionalista: l'amor di patria. Del negoziante: l'onestà. Del borghese: l'aspirazione poetica. Del santo: l'orgoglio dell'umiltà.

Ci sono, infine, degli uomini che son tutti tallone, dai piedi fino alla cima del capo e questi sono abbandonati alla lancia di Achille, simbolo pagano della parola di Cristo perchè risana dove ha ferito.

ACHILLINI CLAUDIO (1574-1640)

Povero AchiUini! Tutti lo conoscono soltanto per quel famoso sonetto.

Sudate, o fochi, a preparar metalli

che sembra il brodo ristretto delle secenterie. È il Cireneo del marinismo, il capro rognoso del secolo che per alcuni versi è superiore al cinquecento. Eppure fu uno de' poeti più famosi dei suoi tempi, non 6olo in Italia ma in tutta Europa, e le sue rime si ristamparono molte volte e il cardinal Richelieu gli regalò una collana d'oro che valeva non so quante centinaia di ducati: era, insomma, una specie di D'Annunzio di quei tempi.

Ma non sempre poetava come tutti credono. Spesso era semplice, ed anche efficace:

Corteggiata da Vaure e dagli amori
siede sul trono de la siepe ombrosa,
bella regina de* fioriti odori,
in colorita maestà la rosa.

Ricordiamo anche queste due terzine, di applicazione continua:

Già d'oro eran le spiche, al monte, al piano,
quando, per riportar le mie fatiche,
straniero mietitor non giunse invano.

Corrono il solco mio falci nemiche,
taglian la cara mèsse, e quella mano
che nulla seminò, miete le spiche.

ACIDO

Indispensabile all'Omo Salvatico.

Egli, che non ha calamaio, non manca d'una buona provvista d'acido cloridrico, nitrico, zolforico e prussico.

Nemico implacabile della gente civilizzata, intinge la penna, secondo i casi, ora in questa, ora in quella boccetta, garantita dalla testa di morto, e scrive.

Non ha altre soddisfazioni.

6. — Dizionario dell'Omo Salvatico.

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